Tutta l’area a nord ovest di Roma deve la sua conformazione fisica all’attività del vulcano Sabatino: con questo nome viene chiamato l’insieme dei crateri concentrati nella zona; dopo l’estinzione dei vulcani, si sono formati i laghi di Bracciano, Martignano, Stracciacappa, Monterosi.
Le prime manifestazioni di vulcanismo sabatino risalgono a settecentomila anni fa, con colate laviche che hanno dato origine alle spesse bancate di tufo, tipiche della regione a Nord di Roma. L’attività del vulcano Sabatino è terminata all’incirca duecentottantamila anni fa.
Il suolo coperto da detriti vulcanici, piuttosto friabili, è stato intaccato da numerosi corsi d’acqua che hanno inciso profondi solchi serpeggianti in direzione della Valle del Tevere (le valli dei fossi del Cremera, Due Ponti, Acqua traversa).
Insediamenti urbani nella zona risalgono già dal periodo Paleolitico inferiore e medio, come provano i reperti di strumenti di selce; ciò permette di affermare che uomini della specie Homo erectus vivevano qui già settecentomila anni fa.
Con le successive epoche del Paleolitico superiore e del Mesolitico, le tracce dell’Homo sapiens (nostro diretto antenato) sembrano dissolversi. Ciò è dovuto sicuramente alla particolare storia del territorio, che ha subito dei forti processi di erosione superficiale, distruggendo accampamenti dei cacciatori e raccoglitori di queste epoche. Non c’è dubbio tuttavia che l’area romana sia stata occupata nei periodi del Peleolitico superiore e del Mesolitico, in particolare presso i corsi d’acqua. Lo stesso vale per il Neolitico e per l’età del rame.
Un nuovo infittirsi delle presenze umane si riscontra nel corso del secondo millennio a.C.. con l’età del bronzo. Gli scavi effettuati hanno permesso il ritrovamento di numerose tracce nella zona di Veio: frammenti di ceramica di forma e decorazione tipiche dell’Età del Bronzo.
A partire dall’Età del Bronzo finale, la zona di Veio partecipa a uno sviluppo culturale comune a tutta l’area centrale Tirrenica, che porterà –nel corso di 500 anni- alla formazione delle grandi città storiche, tra cui Veio, Tarquinia, Cere, Roma, ecc.
In questi agglomerati urbani erano contenute le caratteristiche essenziali delle città: concentrazione e gestione delle attività produttive, dominio sui villaggi minori, inizio di stratificazione sociale.
Tra l’VIII e il VII a.C., Veio parallelamente alle altre città etrusche e latine, vive uno sviluppo sociale e culturale notevole: le famiglie aristocratiche dominano economicamente e politicamente le città e il territorio circostante.
Le tombe principesche sono documenti veramente eccezionali del lusso che circondava i sovrani etruschi e latini.
In questo periodo inizia il serrato dialogo-scontro tra Veio e Roma, città quasi gemelle, situate sul basso corso del Tevere, interessate a controllare le stesse risorse economiche e strategiche. La foce del Tevere presentava una concentrazione di possibilità commerciali e produttive, causando un continuo motivo di competizione tra le due città.
Il VII secolo a.C. vede il fenomeno di una notevole esplosione demografica testimoniata dal progressivo aumento dei nuclei abitativi minori.
La prova di questo fenomeno è l’estendersi delle necropoli, che arrivano a contare migliaia di tombe.
L’aumento della popolazione portò a un ulteriore sfruttamento del territorio dal punto di vista agricolo, fino a raggiungere un limite non più superabile di utilizzo delle risorse.
Giunti a questo punto, i Veientani e Romani avevano soltanto due possibilità per evitare la crisi economica e sociale: limitare drasticamente le nascite, o cercare di espandersi a spese degli altri. La storia ci insegna che fu scelta la seconda soluzione.
Nonostante i continui conflitti con Roma, Veio conosce un periodo di splendore durante il VI e V, che vede il fiorire della “civiltà urbana arcaica”: la struttura della società si va progressivamente evolvendo; l’istituto della monarchia perde il valore assoluto che possedeva nel settimo secolo, e il potere viene suddiviso tra i rappresentanti dei nobili. La stessa complessità della società urbana impone che le cariche pubbliche vengano suddivise, perché un solo uomo o un gruppo ristretto non può facilmente governare un territorio occupato ormai da decine di migliaia di persone.
Nel corso del V secolo la lotta tra Veio e Roma si aggrava progressivamente. Nel 477 a.C. avviene lo scontro tra la gens Fabia (la famiglia, gli amici, i clienti, i servizi) e Veio, sul fiume Cremera. I Fabii risultano sconfitti.
La competizione, però, tra le due città, è destinata ad aumentare, anche a causa dell’espansione demografica che accentua gli attriti dovuti alla vicinanza geografica.
La situazione percepita nel 426 a.C., quando Veio chiede aiuto alle altre città etrusche: ottiene però solo il sostegno delle vicine alleate Falerii, Fidene, Capena. Così nel 396 a.C., dopo un lungo assedio, Veio viene conquistata sotto la guida di Furio Camillo. Il senato romano prende soluzioni drastiche: gli abitanti vengono deportati, la città distrutta e privata dei suoi simboli sacri: il culto di Giunone Regina viene trasferito a Roma. Le terre della città vengono divise tra i plebei romani e i traditori di Veio, Falerii e Capena.
L’identità etrusca veiente scompare per sempre.
Età Romana e alto-medioevale
Con la sconfitta di Veio, la storia di Roma giunge ad una svolta: i Romani hanno abbattuto il loro più potente nemico, hanno ingrandito di oltre un terzo il loro territorio (il cui limite si è spostato dal cremere-Valchetta-fino ai piedi della grande foresta che copriva i Cimini) e con abile politica hanno incrementato la cittadinanza.
Il territorio dei Veienti (Ager Veientanus) viene riorganizzato- secondo quanto testimonia Livio-e distribuito alla popolazione in tre fasi successive.
Nell’anno 393 a .C. avvenne l’assegnazione di lotti –di 4 o 7 iugeri (uno o due ettari) ai soli cittadini romani .Nell’anno 389 vi fu un’altra assegnazione di lotti , questa volta ai Veienti, Capenati e Falisci, che durante la guerra di Veio avevano defezionato in favore di Roma. Nel 387 vi fu la riorganizzazione del territorio (dovuta sicuramente alla necessità di riparare ai danni provocati dall’invasione dei Galli di Brenno) e la creazione di quattro nuove “tribù” (Stellatina, Tromantina, Sabatina e Arniensis), cui afferirono i coloni dell’Ager Veientanus, divenendo così tutti cittadini romani. Questa distribuzione di terre contribuì a placare per almeno due secoli la plebe romana, che spesso era agitata a causa della povertà e delle carestie.
La lottizzazione romana del territorio di veio non modificò sostanzialmente l’organizzazione rurale imposta al territorio dagli etruschi.
Anche gli insediamenti della popolazione ebbero una discreta continuità tra il periodo etrusco e quello medio - repubblicano: rimase inalterato l’insediamento agricolo sparso e di medie dimensioni; i romani inoltre legarono ancor più l’economia della zona al grande centro di consumo dell’Urbe, mediante la costruzione di nuove strade, la Via Clodia -ora Braccianese – la Flaminia, la Cassia).
Il tracciato di queste strade, corrispondente in misura notevole a quello attuale , ha segnato in modo indelebile il territorio, dando origine a nuovi insediamenti: “ad galinas albas” ( Prima Porta, zona Via delle Galline Bianche ), ( ad nonas” (Zona La Storta).
La zona di Veio ebbe un grande impulso durante la dinastia Giulio-Claudia. Augusto e Tiberio eressero in Municipio e patrocinarono la città di Veio mentre Livia la potente moglie di Augusto, vi eresse la sua imponente villa (zona Prima Porta).
Il periodo di prosperità dell’agro veiente durò più di due secoli. Alla fine del primo secolo d.C., la densità della popolazione e l’occupazione del territorio giunsero ad un punto molto vicino a quello di saturazione.
In questa fase avviene la rottura del vecchio equilibrio di sfruttamento del territorio e appare la villa rustica. Questa nuova struttura, se funge da “fattoria” in quanto è la sede del territorio agricolo circostante , assume una nuova funzione, di residenza e di prestigio sociale. Non solo nelle ville più importanti, ma anche in quelle minori, si trovano bagni termali, ambienti decorati, mausolei gentilizi. Questo è un chiaro segnale della prosperità economica acquisita dai proprietari terrieri.
Il lungo periodo di prosperità post-augusteo volse al termine con il periodo di anarchia militare e di depressione economica noto con il nome di “crisi del terzo secolo”.
I terreni più marginali vennero abbandonati e forse adibiti a pascolo; molte ville scomparvero, probabilmente quelle dalla gestione meno economica. Gli insediamenti agricoli continuarono ad essere di tipo sparso, sicuramente degradati. Vi sarebbero infatti tracce di insediamenti poveri e temporanei tra le rovine delle antiche ville.
Per il VII secolo d.C. abbiamo purtroppo una carenza di notizie riguardanti il nostro territorio. Infatti, le fonti epigrafiche (iscrizioni sui monumenti, tombe, ecc.) vengono meno; così pure mancano reperti archeologici chiari. Possiamo riprendere a seguire le vicende del territorio solo nell’VIII secolo grazie all’attività di Papa Adriano I.
Questo Papa infatti, si dedicò all’organizzazione delle domuscultae, strutture produttive che si configuravano come gigantesche unità fondiarie intorno alla cinta urbana, aventi nello stesso tempo una funzione di protezione militare nei riguardi dell’urbe, assicurata dalle milizie che vi risiedevano. La domusculta, che si rivela erede e continuatrice della villa romana, permise al papa Adriano I una grande attività assistenziale (grazie ai prodotti agricoli delle domuscultae era possibile distribuire ogni giorno, sui gradini del Laterano, il vitto a 100 poveri); fu inoltre un elemento frenante per la crescita del potente ceto nobiliare, al quale sottrasse progressivamente la gestione delle terre.
Ma il processo di riforme (politica, economica, militare) avviato con la domusculta fallì ben presto. Dopo la morte di Leone III, nell’816, alcune domuscultae furono attaccate e bruciate dai nobili (S.Cornelia e S.Leucio ).Con il fallimento dell’esperimento delle domuscultae si apre una nuova fase storica: nel corso del X secolo, con Alberico, inizia una politica sfavorevole ai grandi concentramenti di proprietà fondiarie. Iniziano ad emergere, con ruolo preminente, le famiglie nobiliari. La proprietà ecclesiastica viene spezzettata tra chiesa e nobili, in una specie di condominio, come quello accertato per il Castello de Insula o castello Agella, ora Isola Farnese, o il Castellum Petra Pertusa.
Intorno ai castra, alle torri andò a coagularsi, in un lento processo, una serie di diritti signorili che modificheranno il rapporto tra potenti e dominati, tra agricoltori e territorio.
Dal secolo XIII all’età moderna
Abbiamo di questo periodo un’abbondante documentazione che ci permette di conoscere i tipi di insediamenti ed il rapporto uomo - ambiente in questi secoli nel nostro territorio.
Torri medioevali, i cui resti sono ancora ben visibili nel territorio del municipio XX , testimoniano l’esistenza di un casale, ossia di quella unità agricola sulla quale si basava in quel periodo lo sfruttamento della terra. Con il termine “casale” si indicava non solo il complesso degli edifici che si trovavano nella tenuta, ma la tenuta stessa, che poteva variare molto per estensione, ed essere composta di vari appezzamenti di terreni, chiamati “pedica” o “valzolum”, ai quali seguiva un nome proprio. La destinazione agricola di queste terre era la coltivazione di cereali e l’allevamento del bestiame.
Alcuni casali erano stati originariamente dei “castra”, ossia villaggi fortificati successivamente abbandonati per vari motivi, tra cui la “peste nera” del 1348, citata dal Boccaccio.
Alcuni di questi villaggi fortificati riuscirono invece a superare le difficoltà contingenti per proseguire la loro storia di centri abitati.
Molti di questi piccoli castelli sorsero nel XIII secolo, in concomitanza con uno dei periodi di massima espansione demografica del medio Evo.
Il “castrum” si differenzia dal “casale” per una serie di caratteristiche: il proprietario non esercitava sul villaggio soltanto un diritto patrimoniale, ma aveva tutta una serie di prerogative di tipo feudale che gli conferivano pieni diritti sulla popolazione e sul territorio. I confini di un castrum, quindi, non delineavano soltanto l’estensione di un patrimonio agricolo, ma racchiudevano una circoscrizione giurisdizionale soggetta ad un determinato signore.
Alla fine del Medio Evo i castra vanno perdendo progressivamente la loro funzione di villaggi abitati e divengono dei semplici casali.
La suddivisione del territorio in casali segna anche una serie di passaggi di proprietà rispetto ai possessi medioevali.
Si definiscono, spesso con ampliamenti, i possedimenti ecclesiastici.
Particolarmente ricco è il patrimonio della basilica di S. Pietro, che parte dai Prati di Castello e comprende la zona di Tor di Quinto, Tomba di Nerone, i terreni intorno alla Valchetta, Pietra Pertusa, Malborghetto.
Altri possedimenti ecclesiastici sono quelli dell’Ospedale di S.Spirito: la tenuta dell’Insugherata, il casale del Buonricovero.
Contemporaneamente si costituiscono nuovi patrimoni laici: quello dei Crescenzi (tenuta dell’Acqua Traversa, dell’Inviolatella, le terre del castello-Casale della Crescenza).
Alcuni di questi patrimoni laici nascono dall’erosione graduale dei domini delle vecchie famiglie romane: parte delle terre del ducato di Bracciano, degli Orsini, passano ai Farnese (Isola, La Storta, Tor Vergata) per poi essere assorbite più tardi dalla Camera Apostolica.
Un secondo periodo ricco di passaggi di proprietà si ebbe più tardi: ai Giustiniani passa la proprietà dell’Olgiata, l’attuale Giustiniana, e Stracciacappe;
ai Borghese passano le tenute di Tor di Quinto, l’Inviolata e l’Inviolatella e l’Acqua Traversa. Anche a livello laziale si ha una vasta ridistribuzione delle proprietà; i Chigi acquistano dagli Orsini: Sacrofano, Campagnano, Cesano, Formello, Bracciano; i Borghese estendono i loro possessi fino a Morlupo.
A questi passaggi di proprietà non seguiranno né una maggiore produttività né un aumento della popolazione. Frequenti scontri tra gli Orsini e i Borgia, tra gli Orsini e i Colonna, il frequente passaggio degli eserciti – negli anni precedenti e seguenti il sacco di Roma – sono anzi l’origine di un calo demografico e dell’abbandono delle campagne.
Nel XVI secolo al calo demografico si accompagna l’avanzata delle paludi e quindi della malaria: ciò comporta la sparizione di alcuni insediamenti medievali e la riduzione o lo spostamento di altri.
La stessa Isola Farnese, che nel tardo medioevo aveva potuto costituirsi come comune autonomo, vede drasticamente diminuita la sua popolazione: lo stesso nucleo abitato è composto da appena trenta case semidiroccate.
Tuttavia , nel XVI secolo , il decadimento non sembra ancora irreversibile. Il collegamenti con Firenze ( tramite la Cassia) e con Ancona ( tramite la via Flaminia) sono particolarmente importanti per Roma. L’abbandono delle terre è così compensato dal passaggio di uomini e merci.
A La Storta e a Prima Porta funzionano le stazioni di posta (osteria, albergo, stalla e un piccolo borgo) , ricalcando l’antica organizzazione viaria dei romani. Altri osterie e alberghi si trovano al Buonricovero, a Malborghetto, a Grottarossa.
Tuttavia l’abbandono delle campagne minaccia alla lunga le stesse vie, facilitando il banditismo e impedendo una buona manutenzione stradale.
Gran parte delle tenute tra Cassia e Flaminia sono lasciate a pascolo oppure abbandonate alla macchia e utilizzate solo per il taglio del legname. Per questo tipo di lavoro è necessario un minimo di personale fisso, mentre il grosso dei lavori è svolto dai lavoratori stagionali.
Ormai pochi pastori e contadini vivono nella zona come uomini primitivi, abitando capanne di frasche o dormendo nelle grotte.
La situazione è tale che nel 1810 la Consulta Straordinaria di Roma decide che i piccoli centri del territorio siano considerati territorio rurale della città di Roma. Ma neanche allora sembra vi sia stato un reale miglioramento.
Bisogna riconoscere infine che proprio lo spopolamento e l’abbandono delle terre hanno permesso la permanenza, e la successiva riscoperta, delle numerose testimonianze archeologiche.
Ponte Milvio
Ponte Milvio è il ponte più antico di Roma tuttora in esercizio. La sua costruzione risale all'anno 109 d.c.
Il ponte, edificato in prossimità di un più antico ponte di legno, Ponte Mollo,
fu realizzato in pietra e i tre archi centrali si sono conservati fino ai nostri giorni.
Situato alla confluenza delle vie consolari Flaminia, Cassia, Clodia e Veientana, Ponte Milvio ha rappresentato il principale ingresso della città di Roma ed ha sempre avuto un ruolo strategico, protagonista silenzioso di grandi eventi storici.
Il più importante di questi è sicuramente la battaglia che nel 312 d.c. vide la vittoria di Costantino su Massenzio: la leggenda vuole che Costantino, alla vigilia della battaglia, fece un sogno in cui gli apparve una croce con su scritto: "in questo segno vincerai". Sconfitto Massenzio Costantino si convertì al cristianesimo.
Le continue guerre che si succedettero a Roma nel medioevo danneggiarono sensibilmente il ponte, che venne restaurato più volte.
Una delle più importanti opere di restauro fu affidata da Papa Pio VII all'architetto Valadier che costruì, nel 1805, anche la torretta neoclassica
La Via Cassia
La strada ha inizio a Roma, e, a differenza di tutte le altre strade consolari che partono dall'Urbe, il suo chilometro zero (vale a dire l'inizio della progressiva chilometrica) non è localizzato al Campidoglio bensì a Ponte Milvio.
Uscendo dall'area urbana di Roma, interseca il Grande Raccordo Anulare (uscita 3) e si dirige verso l'antica città etrusca di Veio. In questo tratto la strada si presenta ampia, ma a carreggiata unica e piuttosto varia dal punto di vista altimetrico (caratteristica, quest'ultima, che l'accompagna per tutto il suo sviluppo). Presso Formello si aggancia alla Strada Statale 2bis Cassia Veientana e diviene a quattro corsie su due carreggiate separate, senza incroci a raso (escluse alcune immissioni di strade secondarie o di campagna), sino a Monterosi che si trova già in provincia di Viterbo.
In territorio senese la strada assume andamento più rettilineo e meno movimentato in termini altimetrici, rispetto al precedente tratto in provincia di Viterbo. La salita al borgo di Radicofani (al quale si arrampica la Via Cassia medioevale) è evitata da una variante realizzata da tempo. Oltrepassata l'area del Monte Amiata, la strada entra nelle Crete Senesi toccando San Quirico d'Orcia e Buonconvento, evita l'attraversamento del centro di Monteroni d'Arbia mediante una tangenziale a carreggiata doppia e quattro corsie complessive, primo e unico lotto completato della futura superstradaNuova Cassia. Giunta in prossimità dell'abitato di Siena, la strada incrocia la Strada Statale 73 Senese Aretina ed entra in città.